N. 52 - 2016 25 dicembre 2016
INSIEME di don Antonio Rizzolo

A Natale scambiamoci non solo gli auguri ma anche le preghiere

Buon Natale a tutti voi, cari amici lettori. Il Signore non solo si è fatto uno di noi, ma ha voluto aver bisogno di noi,…

Andrea Bocelli

Ero agnostico per pigrizia, così la fede mi ha cambiato

Da una domanda posta a livello solo razionale, all’incontro con un Dio vivo che cambia l’esistenza. Il celebre tenore racconta…

Gen Rosso e Gen Verde

Da 50 anni in tour per le strade del mondo

Compiono mezzo secolo di vita i due gruppi nati dai Focolari che con la musica e la danza continuano a raccontare fede e…

Speciale Presepi

Dal presepe alla vita

Il presepe, un classico del Natale, può diventare un’avventura dello spirito. Che coinvolge e trasforma un’intera comunità

Alfonso de’ Liguori

Sant’Alfonso e la vera storia di “Tu scendi dalle stelle”

Padre Paolo Saturno, musicologo della basilica di Pagani dedicata al fondatore dei Redentoristi, racconta l’origine del canto…

Ite, missa est di Enzo Romeo

Quel futuro incerto che ci rende tutti stranieri

Un presente incerto alimenta timore e razzismo. È necessario accogliere i migranti ma anche dare un futuro ai nostri figli

Per una lettura completa...

Ite, missa est di Enzo Romeo

Quel futuro incerto che ci rende tutti stranieri

Un presente incerto alimenta timore e razzismo. È necessario accogliere i migranti ma anche dare un futuro ai nostri figli

Ite missa est

C’è una diffusa incertezza di fronte ai mutamenti in corso, in Italia e nel mondo. Non ci si è abituati alla flessibilità pretesa dal mercato, che vuol dire non dover rimanere fedeli a niente e a nessuno. Si avverte, al contrario, il desiderio di radicare la propria vita, di ancorarla a delle certezze. La sacra Famiglia lascia il suo paese, va a Betlemme, poi emigra in Egitto, ma alla fine torna a Nazaret e Giuseppe riprende il suo lavoro in bottega.

Bisognerebbe annusare l’aria e cogliere questo bisogno. Purtroppo in politica si dà più credito ai sondaggi e ai talk-show che agli incontri in metropolitana o sugli autobus. Viviamo un inizio di millennio marcato dalla paura di un domani incerto, senza prospettive. E il timore diviene avversione del diverso, dello sconosciuto, ergo del migrante. Si ha gioco facile nel promettere muri, mentre ci vorrebbero altre soluzioni, capaci però di attenuare lo sgomento e dimostrare che il meticciato può essere la forza di una nazione.

Senza politiche organiche, però, l’accoglienza diviene pura demagogia e alla fine alimenta il razzismo. Guardando all’Italia, accanto all’impegno per un Migration compact, andrebbe rilanciato anche un New Deal che ridia speranze di crescita al Paese. Mentre migliaia di persone sbarcano sulle nostre coste, altre migliaia di italiani (in gran parte giovani) lasciano la loro patria in cerca di occasioni all’estero. Agrigento, Catania, Reggio Calabria, Crotone e altri centri del nostro Mezzogiorno si riempiono di “centri di prima accoglienza” e si svuotano dei propri ragazzi, che appena maggiorenni partono per studiare o trovare occupazione lontano dalle loro città, dove non intravedono per loro alcuna prospettiva.

Una situazione schizofrenica. Se abbiamo il dovere di salvare e accogliere il migrante, abbiamo anche l’obbligo morale di dare un futuro ai nostri figli. E i due aspetti non sono in concorrenza o in contraddizione tra loro: più si cresce, più si è capaci di offrire integrazione.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Archivio

Vai